Ecco l’epilogo, Coronavirus a lieto fine vissuto sulla propria pelle.

Una signora veronese, sul gruppo Facebook “Sei di Illasi Se…..”, parla della propria esperienza con il coronavirus vissuta sulla propria pelle: dai primi sintomi, passando per il ricovero, le cure e il ritorno a casa, fatto ripreso anche dal giornale Veronasera.
«Sono Maria Teresa, ho 55 anni, da 34 anni sono sposata con Giordano. Ho due figli, Alessio ed Elena. Vorrei condividere con voi la mia esperienza con il COVID-19 vissuta in prima persona».
Inizia così l’epilogo di una donna affidato al gruppo Facebook “Sei di Illasi Se…..”, che ci è stato segnalato da un lettore. La signora veronese racconta dell’esperienza con il coronavirus vissuta sulla propria pelle: dai primi sintomi, passando per il ricovero, le cure e il ritorno a casa.
«La mia storia inizia da un piccolo colpo di tosse. La primavera sta avanzando, le giornate risplendono fino alle 18 inoltrate. Tutti i media dicono di stare in casa, di non aver paura perché #tuttoandrabene. Basta rispettare semplici regole. L’ho fatto. Sinceramente era dal 25 di febbraio che cercavo di uscire il meno possibile di casa perché avevo paura di questo virus che tutti un po’ sottovalutavano.
Il 12 Marzo mentre aspettavo che Giordano ed Alessio rientrassero dal lavoro, tutti TG annunciano che da quel preciso momento la quarantena, che fino a quel giorno fa aveva riguardato solo alcune città e Regioni, si sarebbe estesa all’intero Stivale. Passano i giorni e bisogna adattarsi alle nuove regole, alle restrizioni ed alle autocertificazioni. Rispetto le regole, sto bene, la spesa è stata fatta e mi cimento come tante altre amiche in ricette nuove o dimenticate.
È il 17 marzo e non mi sento bene. Ho freddo ma per fortuna non ho la febbre. Continuo a tossire, comincio ad essere stanca e il sonno prevale per la maggior parte della giornata. Contatto il medico di base e dopo una cura sembro stare meglio. Quel colpo di tosse è però sempre presente. Mi rassicurano che non è nulla, non ho i sintomi di quel coronavirus di cui tutti parlano.
Passano i giorni e la situazione non migliora. Venerdì sera la febbre è arrivata e quel piccolo colpo di tosse diventa soffocante. Sabato continuo con la terapia antibiotica, domenica anche. Niente. La situazione non migliora nè si stabilizza ma anzi peggiora. Nei volti di Giordano e Alessio vedo un sintomo di paura e proprio la paura ha portato Alessio a chiamare la guardia medica e a spiegare la mia situazione. Alla fine la decisione è stata presa: “Attendete l’arrivo dell’ambulanza”. Ecco, quella sera del 22 marzo arriva il 118. Sembrava una scena del crimine: gli operatori in tute bianche, mascherine, occhiali protettivi. Mi guardano e sento queste parole: “Borgo Roma, sospetto Covid-19”.
Arriva quel momento e mi chiedo perché?! Perché a me? Ho sempre rispettato le regole, stare in casa lontana da tutto e da tutti.
Mi trovo catapultata in una realtà surreale e scioccante..
Salgo su un’ambulanza dove c’è un aria gelida, mi pervade tutta, sono sudatissima e una mascherina mi soffoca.
È un brutto sogno, è un brutto sogno, me lo ripeto tante volte. Lo spero con tutta me stessa.
Passano i minuti, le ore e l’angoscia sale sempre più; il primo pensiero va ai miei cari e spero tanto che stiano bene.
Arrivo in Pronto Soccorso e sono in una corsia, stanca, confusa. Mi fanno analisi del sangue, lastre e poi il famigerato tampone.
Le informazioni del mio stato di salute arrivano a gocce. Mi dicono che ho la polmonite mentre per l’esito del tampone devo attendere.
Mi ricoverano e alla fine arriva l’esito….. Positivo. Vengo trasferita in un’altro reparto. Percorro un corridoio…. La stessa aria gelida dell’ambulanza mi accompagna in quel reparto isolato, identificato come Covid-19.
Le scritte Covid-19 sono ovunque, porte, ascensori, linee guida…. E da quel momento inizia il mio percorso di isolamento e di cura.
Entro in quella che sarebbe stata la mia stanza per i prossimi giorni.
Sono seduta su una sedia della mia stanza, in un angolo, entrano gli Pronto Soccorso e lasciano sul letto (a debita distanza) una busta ben ordinata con scritto Kit Donna.
Una semplice busta che all’interno contiene un pigiama, asciugamani di carta, slip, calze di cotone, bagno schiuma, saponetta mani e uno spazzolino con 5 ml di dentifricio. Così inizia il mio soggiorno in ospedale.
Dentifricio e spazzolino mi ricordano casa, mi rendono più leggero quell’alito e quella bocca amara che mi pervade per l’intera giornata.
I vestiti li ho dovuti togliere, buttarli perché contaminati.
Inizia la notte che non mi fa riposare.
A poco serve la sveglia delle ore 8 che mi ricorda l’inizio della terapia, una terapia pesante che si ripeterà alle 20 ogni sera.. Una cura dolorante con sensazioni di vomito, nausea, dolori addominali accompagnata dalla sensazione di un fuoco continuo.
Compagne di viaggio anche febbre e tosse, carissime amiche che non mi hanno mai lasciato un attimo di tregua.
Angeli in corsia rendono il soggiorno più tranquillo e rassicurante.
I giorni passano e sono sempre più stanca, spossata e senza appetito, comincio a fare i conti con me stessa.
Solitudine e sensi di colpa avanzano. Per fortuna ho il telefono, l’unico mezzo per comunicare con i miei cari e le persone che mi stanno vicino.
In quel letto di ospedale, dolorante, ho capito quanto valga il dono della vita e tutto quello che la rende viva.
Ho fatto ordine sulle priorità e ho capito a cosa darò importanza d’ora in poi.
I giorni passano e la terapia da il suo effetto, è pesante e distruttiva.
Si sa… Dopo la tempesta esce sempre il sole, e il mio sole è stata questa frase: “Signora, la portiamo a casa”. Un pianto di gioia mi fa tornare un raggiante sorriso.
Dopo 8 giorni torno a casa, dalla mia famiglia; rivedo Giordano, Alessio e i 5 Nasoni. Finalmente per video chiamata Elena con Thomas il mio piccolo nipotino.
Vedo le spazzole per i capelli, le mie cose.. Non posso abbracciare nessuno e toccare quasi nulla, ma sono a casa. Proseguo la terapia prescritta in ospedale e di giorno in giorno le cose migliorano, mi sono tornati appetito e un po’ di forze. Mi ripeto: “Ci sono, e sono a casa».
Il mio corpo non si è ripreso e me lo ha fatto capire anche stanotte, 1 aprile. Una cistite improvvisa ci ha messi nuovamente alla prova. Di nuovo la chiamata alla guardia medica e la paura di dover tornare di nuovo in ospedale. Fortunatamente, dovevamo solo andare a ritirare una ricetta e a prendere il farmaco nella farmacia di turno. Facile vero? Ma come fare? Io sono in quarantena. Giordano ed Alessio pure. Rompiamo la quarantena? Chi chiamare? La guardia medica non può spostarsi. Chiamiamo i carabinieri per spiegare la situazione e ci vietano di muoverci. Dopo un po arriva una chiamata che non mi aspettavo. Il Sindaco con il Maresciallo del paese, si sono mobilitati per aiutare me e la mia famiglia. Un senso di appartenenza ad una comunità che mai come oggi ho sentito così forte.
Questo sgambetto della vita mi ha messo a dura prova, passerà ancora molto tempo perché possa tornare quella di prima perché tornerò quella di prima…. con qualcosa in più!
Ho imparato ad essere paziente, le persone giuste ed il giusto tempo rendono tutto e tutti migliori.
Orgogliosamente, posso dire di avere dei famigliari che si stanno prendendo il carico del mio ruolo e della mia lenta ripresa. Ringrazio tutti quelli che in prima linea o con un solo semplice “come stai?” mi sono vicini. Ringrazio gli amici vicini, lontani e ritrovati.
Mi sono ripromessa che d’ora in poi ogni gesto ricevuto non sarà mai dimenticato.
Grazie a tutti Voi. Maria Teresa»

L C

Fonti: http://www.veronasera.it/cronaca/donna-racconta-esperienza-covid19-coronavirus-17-aprile-2020.html

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