L’emergenza sanitaria aggrava gestione disabili e terzo settore.

Secondo le ultime rilevazioni Istat in Italia ci sono più di 3 milioni di persone fragili con disabilità, da difendere sempre ma soprattutto nei momenti di emergenza. Invece dalle famiglie che convivono con la loro complessa assistenza quotidiana negli ultimi mesi sono arrivate richieste d’aiuto per quella che è una vera e propria emergenza sociale. Il 4 maggio il Paese è entrato nella cosiddetta Fase 2, con l’allentamento del lockdown e un parziale ritorno alla vita precedente. Per le persone disabili però la Fase 2 sembra ancora la Fase 1, quella dell’isolamento totale, e in tanti denunciano di essere stati lasciati tralasciati. Un grido d’aiuto che è anche quello del terzo settore e delle tante strutture sanitarie e socio-assistenzali non profit. La presidente dell’Istituto Serafico di Assisi Francesca Di Maolo ha lanciato un appello alle istituzioni affinché instaurino provvedimenti urgenti in questa situazione.

“Al momento abbiamo circa 80 residenti nelle nostre residenze, il lavoro verso di loro ovviamente adesso è diventato molto complesso e difficile perché abbiamo dovuto rivedere tutta l’organizzazione, provvedere agli approvigioamenti dei dpi, e non è stato facile, sopportandone anche il costo”, spiega Francesca Di Maolo a Today, la presidente del Serafico, una struttura non profit che da più di 100 anni è impegnata nella riabilitazione, nella ricerca e nell’innovazione medico scientifica per i ragazzi con disabilità plurime, convenzionata con il SSN. “Abbiamo chiuso i servizi ambulatoriali e il centro semiresidenziale e queste chiusure, per noi come per altre strutture come la nostra, oltre a comportare complicazioni per i disabili e le loro famiglie, ci privano di gran parte dei sostegni economici che consentono di andare avanti”.

Il Serafico e altre strutture non profit, che anche se convenzionate con il SSN, hanno dovuto dotarsi autonomamente di mascherine, guanti e disinfettanti, non possono ad esempio chiedere il rimborso per le spese sostenute per l’approvigionamento dei dp. Il decreto Cura Italia ha infatti messo a disposizione 50 milioni per i rimborsi alle imprese ma le strutture non profit non possono partecipare al bando che è stato pubblicato in attuazione del decreto, denuncia Francasca Di Maolo: “Questa è un’assurdità, che dimostra una dimenticanza nei confronti di un settore fondamentale del welfare, perché il servizio sanitario nazionale non potrebbe più avere quella vocazione universalistica per cui è stato fondato senza la parte della sanità privata e privata non profit”.

Il governo con la Fase 2 ha dato la possibilità di riaprire i centri diurni per disabili, con le Regioni chiamate a garantire la riattivazione di queste strutture attraverso piani territorali e dettagliati protocolli per la sicurezza di utenti e operatori. Al momento però purtroppo la situazione in molti casi è rimasta in stallo. “L’articolo 47 del decreto Cura Italia ha chiuso tutti i centri diurni per disabili. Però nel chiuderli prevedeva che Asl e Comuni potessero accordarsi con l’ente privato per coprogettare prestazioni alternative a quelle del centro diurno, in deroga a normative e concessioni. Una norma che però di fatto è rimasta scritta, qui in Umbria ad esempio le coprogettazioni non sono partite”, afferma Di Maolo, secondo la quale questo invece sarebbe il momento di ripartire con un nuovo modello di assistenza, non più basato su una risposta “standard” rispetto a un bisogno “standard”, ma costruendo percorsi invidualizzati. Di Maolo fa notare come poi a livello regionale ci siamo normative che “disconoscono parte del terzo settore”, ad esempio con delibere per la ripartenza e accordi stipulati solo con le cooperative sociali, “dimenticandosi che nella rete dei servizi non ci sono solo le cooperative ma anche tante strutture non profit”.

La presidente dell’istituto assisano denuncia inoltre una scarsa possibilità di dialogo finora con gli enti preposti e la assenza di risposte su come ripartire. “Noi i protocolli di sicurezza li abbiamo fatti dal primo giorno, abbiamo anche un virologo che ormai fa parte a tempo indeterminato nel nostro staff perché la sfida adesso è convivere con questo virus”, dice Di Maolo. Il Serafico è riuscito a “chiudersi” completamente a inizio emergenza, assegnando a ogni residenza un gruppo di lavoratori dedicati eliminando le attività traversarli e sta immaginando dei percorsi per una riapertura agli esterni, perché ora bisogna lavorare su come evitare il contagio e come arginarlo se si dovesse verificare. “Noi ci siamo mossi subito però adesso è arrivato il momento di coinvolgere in questa attività anche le istituzioni perché è solo insieme che possiamo ripensare il sistema dei servizi”, specifica di Maolo mentre ricorda le tante strutture in affanno in questo periodo. Il timore è che molte di queste, che già prima sopravvivevano con grandi difficoltà anche economiche, ora rischino di chiudere i battenti, con conseguenze sia per i disabili, che si vedrebbero chiuse altre porte, sia per i lavoratori. Eppure il settore della cura può offrire molti posti di lavoro, assicura Di Maolo, che pensa a una “prima rivoluzione della cultura della cura”.

“Si tratta di un settore che produce lavoro, fa bene alla nostra economia e allo stesso tempo dà sollievo alle persone e libera risorse. Speriamo che da questa pandemia si possa trarre una lezione: abbiamo visto cosa succede se non ci si prende cura delle persone. Quando la sanità va in tilt, non ci può essere progresso… “

Intanto ci sono le dimenticate famiglie dei disabili, che cercano come possono di andare avanti. Al Serafico si sono organizzati con gli ipad per fare le videochiamate tra le famiglie e gli utenti, in attesa di potersi rivedere dal vivo. Ma c’è anche chi è rimasto solo, mamme – perché la cura, inutile negarlo, spetta spesso solo o in un buona parte a loro – che hanno i figli disabili a casa e li vedono arretrare ogni giorno un po’ di più. “Molti di loro avevano fatto delle conquiste – racconta Di Maolo – e adesso c’è qualche mamma che mi dice di essere preoccupata per la rigidità del corpo del suo bambino. Ci sono poi i ragazzi con disturbi comportamentali come l’autismo, che hanno difficoltà a gestire la quotidianità, soprattutto in questo momento di isolamento sociale, e avrebbero bisogno invece di essere accompagnati”.

“Non si può più aspettare, non è giusto. Altrimenti diciamo che ci sono dei cittadini di serie a e di serie b, e io questo non lo accetto. È giusto pensare di riaprire i parrucchieri, perché si salvano posti di lavoro, ma ci sono posti di lavoro anche nel nostro settore. La ricrescita di una tinta o un taglio di capelli può aspettare, la vita invece non può attendere e deve essere divesa, tutelata e abbracciata”, conclude infine Francesca Di Maolo.

L C

Fonti: http://www.today.it/attualita/fase-2-assistenza-disabili-non-profit.html#_ga=2.105498243.1881849264.1588963531-1269715731.1577432358

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